“Parla, mia paura”: un libro di Simona Vinci

Ho acquistato questo libro, edito nel 2017 da Einaudi, incuriosita dal titolo, che appare in evidente contraddizione con quanto sostiene l’approccio strategico: più se ne parla, più la paura tende a crescere.

L’autrice descrive la terribile esperienza degli attacchi di panico, con una sensibilità e un’accuratezza tali da far comprendere immediatamente che si tratta di un racconto autobiografico, capace di far “sentire” ancor prima che “capire” il disagio e l’inquietudine che la paura vissuta in maniera così estrema porta con sé. La narrazione, man mano che procede, fa luce su uno scenario che si rivela via via sempre più complesso e interseca temi difficili e delicati quali il lutto, il rapporto con il proprio corpo e la maternità. Nel libro viene fatto un breve accenno alla terapia breve strategica degli attacchi di panico, che interviene usualmente bloccando le tentate soluzioni più comuni che le persone mettono in atto: l’evitamento delle situazioni ansiogene, il controllo delle reazioni fisiologiche connesse al panico e la richiesta di aiuto. Non fa per lei, afferma la scrittrice, che invece supera il problema proprio chiedendo aiuto e dando parola, nello studio di un’analista, alle sensazioni, ai pensieri e a i ricordi che più la disturbano.

Nel corso della lettura, mi ha colpito constatare che molte delle strategie messe in atto dall’autrice nella gestione degli attacchi di panico sono le stesse utilizzate nell’approccio strategico:

  • Il ricorso alla “peggiore fantasia
  • La rinuncia al controllo del panico
  • Evitare di evitare

Anche la richiesta di aiuto, inteso come l’aiuto di un professionista capace di rendere il paziente in grado di affrontare da solo le proprie paure, non è in contraddizione con il modello strategico. La differenza? Il modello strategico fa sì che la persona, in tempi brevi, arrivi a padroneggiare strategie create ad hoc per superare gli attacchi di panico, suggerite dallo psicologo, che la guida in un percorso di progressiva autonomia. “Per moltissime persone questo genere di terapia si dimostra utilissimo e risolutivo, ma capita magari che i sintomi si spostino”: questa la considerazione dell’autrice in merito all’approccio strategico, che poi afferma: “Io so che per me, l’obiettivo non era solo superare gli attacchi d’ansia, c’era qualcosa che doveva venire alla luce (…) immaginando una nuova possibilità di stare al mondo”. È importante sottolineare che, sebbene sia molto efficace ed efficiente nel portare all’estinzione dei sintomi, il metodo strategico non si limita a questo, ma ha proprio l’obiettivo di portare la persona a sviluppare un modo diverso e più funzionale di percepire la realtà e di interagire con essa, portando al consolidamento di un nuovo equilibrio che considera la persona a 360 gradi, nelle sue componenti di sensazione, emozione, cognizione e azione. A maggior ragione se, come a volte accade, l’attacco di panico è espressione di un disagio più profondo, questo verrà indagato e affrontato.

Parla, mia paura” è in ogni caso un libro che consiglio: perché è scritto davvero molto bene, perché testimonia la possibilità di superare con successo le proprie difficoltà e perché stimola la riflessione su temi importanti tra cui quello del disagio psicologico e dei metodi per affrontarlo.

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Pet loss counseling: cos’è e come funziona?

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Il tuo amico a quattro zampe sta molto male, il veterinario ti ha parlato della possibilità di scegliere l’eutanasia, ma tu ti senti confuso e spaventato, come se non riuscissi a mettere ordine tra le tue emozioni, e non sai con chi parlarne? Lui non c’è più e tu ti senti triste, forse avverti anche un certo senso di colpa, ma gli altri sembrano non capirti e ti dicono che, in fondo, “era solo un cane”? Non sai come dire al tuo bambino che il suo compagno di giochi è molto malato e presto non ci sarà più? Fai fatica ad elaborare il lutto per la perdita del tuo animale da compagnia: è passato diverso tempo dalla sua morte ma tu ti senti sempre molto male, esci di meno, frequenti poche persone ed eviti di incontrare gente che abbia animali o di tornare nei luoghi in cui andavi con lui/lei?

Posso aiutarti!

Il “pet loss counseling” è un intervento psicologico di supporto nel lutto per la morte di un animale da compagnia. In Italia sono pochissimi i professionisti che offrono questo tipo di servizio, molto diffuso invece nei paesi anglosassoni. Per poter lavorare in questo ambito, è utile possedere non solo la qualifica di psicologo ma anche un’approfondita conoscenza del legame che si instaura tra le persone e i propri animali da compagnia. Recentemente, un numero sempre maggiore di ricercatori si è interessato al tema della relazione uomo-animale e sono disponibili dati scientifici che documentano i fattori psicologici e biologici alla base di questo particolare rapporto.

Spesso, i medici veterinari sviluppano abilità relazionali e di sostegno tali da renderli un  valido supporto per i proprietari anche dal punto di vista emotivo, soprattutto in momenti difficili quali una diagnosi terminale, l’eutanasia o la morte del pet. Tuttavia, a volte può essere utile un aiuto aggiuntivo, non vincolato ai limiti spazio-temporali della visita medica e rivolto in maniera specifica alle difficoltà emotive che la persona sperimenta di fronte alla perdita.

Molti proprietari si rivolgono a me subito dopo aver ricevuto la comunicazione di una diagnosi terminale, poiché si scoprono disorientati e impreparati di fronte a un simile evento: vivono una condizione di lutto anticipatorio, sperimentano una situazione di profonda ansia e angoscia di fronte alla prospettiva dell’eutanasia (e alla necessità di prendere una decisione in merito) e della morte, e non di rado nutrono sensi di colpa nei confronti del loro amico a quattro zampe. Altri mi contattano quando la situazione si aggrava, o quando la perdita è già avvenuta: vivono sentimenti di vuoto e tristezza tipici del lutto, hanno difficoltà a parlarne con amici e familiari, non riescono a riprendere le usuali attività, o vorrebbero adottare un nuovo animale ma sono bloccati dal senso di colpa nei confronti dell’amico appena scomparso. A volte le persone si sentono confuse e spaventate dalle emozioni che provano, che spesso sono più intense e travolgenti di quanto potessero immaginare, e hanno bisogno di ricevere rassicurazioni rispetto alla normalità di ciò che provano e di conoscere le fasi che attraverseranno. Infine, alcuni genitori non sanno come comunicare l’evento ai loro bambini, che spesso vivono  per la prima volta l’esperienza della perdita e del lutto.

L’intervento è generalmente breve, articolato in un numero limitato di colloqui, e focalizzato sul qui ed ora: la persona ha modo di aprirsi e di parlare delle proprie emozioni e dei proprie pensieri, si analizzano le convinzioni relative alla situazione e le modalità con cui la si sta affrontando, alla ricerca di strategie funzionali per massimizzare le emozioni positive nella relazione con l’animale nell’ultimo periodo della sua vita, per gestire la sofferenza e per superare il lutto. Nel rispetto delle credenze e dei valori di ciascuno, il cliente viene guidato attraverso i processi decisionali relativi all’eutanasia e all’eventuale adozione di un nuovo animale (se emerge questo desiderio), con particolare attenzione al superamento dei frequenti sensi di colpa che queste situazioni comportano. Se il lutto rimanda ad altre perdite che la persona ha sperimentato nella propria vita, verranno indagate eventuali connessioni con la situazione attuale, tuttavia l’analisi e la riflessione sul passato non rientrano tra gli scopi dell’intervento.

Consiglio spesso la lettura di libri e articoli sull’argomento, tecniche per la gestione della sofferenza e per la cura di sé, nonché strumenti che stimolano e agevolano la comunicazione con il medico veterinario, che ovviamente resta sempre il punto di riferimento per tutti gli aspetti relativi alla salute e al benessere dell’animale.

Copyright © 2017 – Elisa Silvia Colombo

Ottimisti o pessimisti?

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Ottimisti si nasce o si diventa? Secondo Seligman, autore di alcuni dei più importanti studi sull’apprendimento, è possibile apprendere un atteggiamento ottimista, così come, al contrario, determinate esperienze possono condurre all’apprendimento del pessimismo.

Le ricerche sull’ottimismo nascono paradossalmente dagli studi sulla depressione, intesa come una situazione di impotenza appresa caratterizzata da una condizione di disperazione e passività nei confronti dell’ambiente circostante, percepito come immodificabile (Seligman, 1975). Nell’ambito di tali ricerche emerge come lo “stile esplicativo” (ottimista o pessimista), ovvero le modalità con cui le persone interpretano e giudicano gli eventi influisce sulla sintomatologia depressiva in termini di durata e intensità. In particolare, l’ottimismo aumenta la resistenza alla depressione conseguente a eventi negativi, migliora l’attività lavorativa e la salute fisica e diminuisce il rischio di burnout (Seligman, 1990, 2002; Bledsoe et al., 2007; Hayes & Weathington, 2007).

Uno stile esplicativo ottimista è caratterizzato dall’attribuzione delle cause degli eventi negativi a fattori esterni, specifici (relativi a una determinata situazione) e temporanei, mentre gli eventi positivi vengono attribuiti a fattori interni, permanenti e universali. Nel pessimismo si osserva invece il pattern opposto, che porta a percepire di non avere controllo sugli eventi negativi, ad attribuire a se stessi la responsabilità di ciò che di negativo accade e a ritenere la situazione immutabile, con un conseguente atteggiamento di passività e rinuncia.

Il training si articola in un incontro alla settimana di circa due ore, per 4 settimane, e si avvale di veri e propri esercizi mirati allo sviluppo della consapevolezza del proprio stile esplicativo e all’ampliamento delle prospettive di interpretazione degli eventi, al fine di poter scegliere le modalità di interpretazione più funzionali rispetto alle specifiche situazioni.

Il burnout nella medicina veterinaria: il professionista che opera con gli animali da compagnia

“Impara non a curare la tua malattia, ma come preservare la tua salute” – Leonardo Da Vinci

La medicina veterinaria si occupa per definizione della salute e del benessere degli animali non umani. Tuttavia, soprattutto nella pratica con gli animali da compagnia, sempre più spesso il veterinario deve gestire anche le richieste di aiuto e di sostegno da parte delle persone che hanno un legame affettivo con gli animali di cui si prende cura (si pensi ad esempio alla reazione di un proprietario di fronte a una diagnosi grave o alla morte del proprio animale da compagnia).

La capacità di provare empatia e compassione verso la sofferenza, non solo degli animali ma anche dei loro proprietari, svolge un ruolo importante nella professione del veterinario, migliorando il rapporto con i clienti umani e la qualità delle cure offerte all’animale. Queste emozioni possono però determinare degli effetti “collaterali” e così, poco a poco, il contatto con la sofferenza degli altri e la volontà di intervenire per ridurla possono consumare le risorse emotive, spirituali, fisiche e finanziarie del veterinario, fino ad esaurirle. Questa condizione di disagio psicofisico connesso al lavoro venne diagnosticata per la prima volta in ambito medico-sanitario negli anni Cinquanta del secolo scorso ed è conosciuta come “fatica da compassione” o, più spesso, “burnout”. Oltre alla continua esposizione alla sofferenza degli altri, sono molti i fattori che contribuiscono all’insorgere di questa condizione e tutti si ritrovano nella pratica veterinaria: l’avere a che fare con clienti “difficili” o inadempienti, le ripercussioni della vita lavorativa su quella privata, le difficoltà di comunicazione entro l’ambiente lavorativo, l’eccessivo carico di lavoro e di responsabilità, le aspettative troppo elevate, la mancanza di tempo, la remunerazione non adeguata o la necessità di discutere e contrattare il proprio compenso.

I sintomi caratteristici comprendono il sentirsi arrabbiati, esausti e sopraffatti dalle emozioni, dal proprio lavoro e dalle richieste degli altri, senza essere in grado di dare attenzione a nulla. La persona si trova spesso in uno stato di tensione, allerta e preoccupazione e tipicamente si osserva una restrizione della sfera emotiva: l’individuo prova a ignorare i propri sentimenti o si sente intorpidito, come se non fosse più in grado di provare niente. Le prestazioni sul lavoro peggiorano, aumentano gli errori e il morale ne risente, così come la salute e le relazioni interpersonali; il professionista si sente deluso dal divario tra quelle che erano le proprie aspirazioni professionali e la realtà lavorativa quotidiana, percepita come frustrante, e sviluppa un atteggiamento cinico e pessimista nei confronti della vita. Se non trattata, questa situazione può compromettere i rapporti interpersonali, ridurre la soddisfazione dei clienti, determinare un maggior numero di assenze dal lavoro e, nei casi più gravi, portare all’abuso di sostanze o al suicidio.

Tuttavia, non solo è possibile guarire dal burnout ma, conoscendolo, lo si può soprattutto prevenire, imparando a gestire le fonti di stress e investendo sull’apprendimento di abilità comunicative e relazionali che consentano di vivere al meglio le dinamiche psicologiche proprie della relazione di cura, incrementando anche il successo professionale.

(Fonti consultate: Mitchener and Ogilvie, 2002; Hatch et al., 2011; Ayl, 2013; Schianchi, 2013;  ) – Copyright © 2016 – Elisa Silvia Colombo

Il lutto per la perdita di un animale da compagnia

Sembra ieri quando è arrivato nella nostra casa: un batuffolo di pelo tenero e impacciato che masticava le pantofole. Oppure lo abbiamo adottato da adulto, felici di regalargli una cuccia calda, buon cibo e qualche anno di serenità. Potremmo anche averlo accolto nella nostra casa già anziano, con un’età indefinita, incuranti di quanto tempo avesse davanti a sé e desiderosi solo di farlo stare bene. Non importa quanti anni abbia o da quanto tempo gli siamo legati: quando si ammala è sempre troppo presto. Nel caso di animali “non convenzionali” poi, quali conigli, cavie e criceti, tutto accade spesso così all’improvviso che non si ha quasi il tempo di rendersene conto.

Inizia una spirale di consulti veterinari, di visite, di terapie e siamo disposti a tutto pur di salvarlo, per avere ancora qualche giorno insieme. Purchè non soffra. Ma come facciamo a capire se sta soffrendo? I dubbi ci attanagliano. Cerchiamo timidamente, quasi con vergogna, un po’ di supporto nelle persone che conosciamo, sperando di non sentirci dire quelle parole che si fermano nello stomaco come un pugno: “è solo un gatto”, “ma dai, davvero ti sei affezionato a un topolino?!”, “ne prenderai un altro”, “ma perché non lo sopprimi?”. Irrompe nella nostra mente la possibilità dell’eutanasia e il veterinario ci spiega che sarà l’ultimo gesto d’amore che potremo fare per il nostro animale, che non soffrirà e scivolerà in un sonno sempre più profondo, finché il suo cuore cesserà di battere. Razionalmente abbiamo capito, ci sembra la scelta giusta, ma di nuovo la mente si affolla di pensieri: quando sarà il momento giusto? E se mi sbagliassi? E se si riprendesse? E se invece aspettassi troppo? Riuscirò a stare al suo fianco fino alla fine? Ho il diritto di scegliere per la vita o la morte di un altro essere vivente e senziente? Ci sentiamo estremamente tristi, poi di colpo arrabbiati, cerchiamo su internet o da altri specialisti la speranza che il nostro veterinario si sia sbagliato, ci arrendiamo all’evidenza che non resta più nulla da fare, ci sentiamo in colpa, proviamo a distrarci, a tenerci impegnati, ma le lacrime esplodono nei momenti meno appropriati. Ci sembra di rivivere quelle emozioni, quegli stati d’animo che abbiamo provato quando è mancata una persona a noi cara e ci rendiamo ancora più conto che no, non era “solo” un animale, era un membro della nostra famiglia. Ora che non c’è più, la nostra quotidianità è infranta, tutto ci ricorda la vita passata insieme e ci sembra di sentirlo zampettare per casa, di udirne l’abbaio o il miagolio, di vederlo muoversi nei luoghi che amava. Ci consigliano di adottarne subito un altro, ma ci sembra di fargli un torto, quasi come se lo volessimo “sostituire”. Siamo strani? Siamo malati? Tutto questo è “normale”?!

Sì.

La maggior parte dei proprietari considera il proprio animale da compagnia un membro della famiglia e, nel momento di una diagnosi terminale o della morte del proprio amico a quattro zampe, attraversa una condizione di lutto assimilabile a quella che si verifica quando muore una persona cara. Anche in questo caso possono verificarsi un lutto anticipatorio di fronte alla malattia terminale e un lutto vero e proprio a seguito della morte, con tutte le fasi che lo caratterizzano: negazione, patteggiamento, rabbia, accettazione e depressione, fino al ristabilirsi di un nuovo equilibrio.

Tuttavia, il lutto per la morte di un animale da compagnia può complicarsi a causa dell’impossibilità di mettere in atto due elementi fondamentali per la sua elaborazione: i riti e la narrazione. Ad esempio, non sempre si ha la possibilità di seppellire o di conservare le ceneri del proprio amico non umano, e la società ha spesso un atteggiamento critico nei confronti di queste scelte che, a livello psicologico, hanno invece un importante valore. Inoltre, può essere difficile confidare agli altri le emozioni e gli stati d’animo che si provano in questi momenti, per il timore di essere derisi o biasimati, e così ci si tiene tutto dentro, rinunciando ai benefici che il supporto sociale e il semplice atto di raccontarsi potrebbero offrire nell’elaborazione di questa esperienza. Per questo motivo, all’estero esiste la figura del “pet loss counselor”, un psicologo specializzato nel rapporto con gli animali da compagnia che supporta le persone attraverso il percorso che conduce dalla diagnosi, all’eventuale decisione dell’eutanasia, fino al periodo successivo alla morte dell’animale, aiutando i proprietari a trovare un nuovo equilibrio interiore.

In Italia, iniziano a nascere i primi cimiteri per animali da compagnia: che sia un primo passo verso un cambiamento culturale? Nel mio lavoro di psicologa offro un servizio di counseling rivolto a tutti i proprietari di animali da compagnia, accompagnandoli in tutte le fasi che porteranno al termine della vita del loro amico a quattro zampe e nel difficile periodo successivo alla sua morte.

(Fonti consultate: Lagoni, 1994; Barton Ross & Baron-Sorensen, 2007; Blazina et al., 2011; Colusso, 2012); Copyright © 2017 – Elisa Silvia Colombo

Il lutto

In psicologia, il termine “lutto” indica uno stato di profonda sofferenza che si verifica in seguito alla perdita non solo di una persona cara, ma di qualunque condizione e relazione importanti nella vita di un individuo. Il lutto perciò può verificarsi, ad esempio, anche inseguito alla rottura di un matrimonio, alla perdita di un lavoro o alla morte del proprio animale da compagnia.

Per comprendere ciò che si verifica in queste situazioni, è interessante valutare la distinzione tra “lutto” e “cordoglio”, termini considerati come sinonimi ma dotati di un significato parzialmente diverso in virtù della loro origine etimologica: il termine “lutto”, dal latino “luctum” – “pianto”, si riferisce alle manifestazioni esterne che accompagnano la sofferenza, quali appunto il pianto, le espressioni di dolore o le cerimonie di congedo dalla salma; il “cordoglio” invece deriva da “cor – dolium” – “dolore del cuore” e indica quindi la sofferenza interiore, l’insieme di emozioni, sentimenti e pensieri che si provano a causa della perdita. Talvolta il lutto, ovvero il segnale esterno della sofferenza, può essere cancellato o nascosto. Tuttavia, non è possibile cancellare il dolore interiore che inevitabilmente lo accompagna.

La tendenza a nascondere il lutto può comprometterne l’elaborazione, che consiste in un lavoro di ristrutturazione delle proprie emozioni e dei propri pensieri necessario per accettare la perdita e il dolore a essa legato come parte della vita.

Fondamentali per questo processo sono i riti e la narrazione: i riti, soprattutto quelli sociali quali l’usanza di rendere omaggio alla salma nella camera ardente, il funerale o la sepoltura, segnano l’avvenuto passaggio e agevolano la percezione del sostegno sociale in un momento di grande dolore; la narrazione, ovvero il poter raccontare e condividere con gli altri la propria esperienza e le proprie emozioni, agevola la presa di coscienza dell’evento e delle emozioni correlate, nonché la ridefinizione della propria identità e del proprio orizzonte.

Secondo un pregiudizio diffuso, il lutto si supera da soli e la ricerca di sostegno psicologico è indice di debolezza o patologia. Soprattutto nella società odierna, la strategia alla quale si fa ricorso più spesso in queste situazioni è quella della distrazione, del non pensare, che incoraggia a spostare la propria attenzione dalle emozioni che si provano ad attività più concrete, nella speranza che il dolore scompaia. Spesso però questo atteggiamento non fa che prolungare il lutto, il cui superamento richiede il confronto con la sofferenza. Il counseling psicologico può rappresentare uno spazio da dedicare a se stessi e alle proprie emozioni, nel quale si è guidati in un’attività di esplorazione del proprio stato d’animo, dei propri bisogni e dell’esperienza vissuta, al fine di scoprire strategie utili per ristabilire un nuovo equilibrio interiore.

Copyright © 2016 – Elisa Silvia Colombo